Di Candelaria Rettaroli
Giugno ha visto due eventi contemporanei che hanno suscitato in me un grande interesse: il primo è stato il debutto della nuova serie di Zerocalcare “Due spicci”, il secondo è la numerosa manifestazione a favore della “Remigrazione” svoltasi il 13 giugno. I due eventi non hanno un collegamento diretto, ma è successo che, dopo l’uscita di “Due spicci” su Netflix, nelle conversazioni tra amici e colleghi molti di noi abbiamo cominciato a ripercorrere le opere passate di Zero, ricordando quasi all’unanimità la stagione di “Questo mondo non mi renderà cattivo” come una delle preferite — il che mi ha spinto a rivederla. Mentre guardavo gli ultimi episodi, sono rimasta colpita dalla lettura così azzeccata della questione migratoria in Italia che Zerocalcare aveva realizzato anni fa, e da come quella serie sembrasse avere un peso ancora maggiore nell’attuale clima politico, soprattutto perché contemporaneamente cresce la mobilitazione per la “Remigrazione” nelle strade.
Per questo motivo ho voluto prendere spunto da questa stagione di Zerocalcare — approfittando del fatto che sia sulla bocca di tutti — per approfondire i diversi elementi che vengono presentati e che problematizzano e svelano la realtà che le comunità migranti devono affrontare in Italia.
Tre spunti di riflessione offerti dalla serie
In questa stagione la storia gira principalmente intorno al conflitto che nasce quando un gruppo di migranti viene trasferito in un centro nel quartiere di Rebibbia: ciò spinge alcuni residenti a manifestare contro questa decisione, mentre altri reagiscono protestando contro le posizioni “fasciste” promosse dai primi. Il conflitto si inasprisce quando i residenti contrari all’arrivo del gruppo iniziano a organizzarsi per convincere il comune a mandarli in un altro quartiere, costruendo una narrazione distorta, piena di slogan discriminatori, stereotipati e razzisti. Nel frattempo, Zero e vari personaggi del suo ambiente decidono a loro volta di organizzarsi contro questa fazione, per evitare che il comune adotti tale decisione, opponendosi a quei gruppi estremisti che alimentano discorsi d’odio e paura.
Tuttavia, la parte che ho trovato più interessante è la riflessione che ci propone Zero — che spesso ci sfugge tra i tanti dibattiti sul “sì alla migrazione” o “no alla migrazione” — e che si concentra invece più specificamente su “come viene trattata la migrazione?”. Questa domanda non riguarda solo il modo in cui le comunità migranti devono affrontare posizioni intolleranti come quelle sopra menzionate, ma anche la guerra costante di queste comunità con la burocrazia italiana stessa (esattamente il punto che dà vita a Sportellino). Zero racconta che la sua empatia e la sua comprensione per questo gruppo di persone appena arrivate a Rebibbia derivano soprattutto dal fatto che vengono costantemente trattate male, trascurate, rifiutate, ricollocate periodicamente da un centro all’altro; tutto ciò trasmette loro la sensazione che né la società né il governo si preoccupino della loro sorte, che siano sgradite e non accolte in nessun luogo — il che in molti casi corrisponde al vero..
A conferma di ciò, il report di ActionAid, realizzato in collaborazione con Openpolis,“Accoglienza al collasso. Centri d’Italia 2024″ (2024), racconta come negli ultimi anni il sistema di accoglienza italiano abbia subito una radicale trasformazione, con una forte riduzione dei servizi essenziali. Il rapporto evidenzia una serie di criticità, tra cui il sovraffollamento delle strutture, l’assenza di un adeguato monitoraggio istituzionale e la progressiva marginalizzazione dei richiedenti asilo. In un passaggio strettamente legato al tema centrale della serie, il rapporto mostra inoltre come la concentrazione dei centri in determinate aree geografiche abbia generato tensioni con le comunità locali, alimentando sentimenti di ostilità e diffidenza nei confronti dei migranti. L’assenza di progetti di inclusione e l’impossibilità di instaurare un rapporto diretto con la comunità locale rendono i centri simili a dei ghetti, con conseguenze dannose sia per i migranti sia per le città ospitanti (Accoglienza al collasso: l’involuzione del sistema italiano, report ActionAid 2024, Centro di Ateneo per i Diritti Umani).
Un secondo punto di riflessione che la serie ritrae alla perfezione è il modo in cui settori della società e della politica italiana – ed europea – hanno deciso di usare la migrazione come “capro espiatorio” per tutti quei problemi intrinseci alle politiche pubbliche portate avanti dai governi. È proprio una delle ultime scene a definire l’esito della storia: una delle maestre più anziane spiega che il brusco calo di studenti nella scuola non è dovuto alla paura e all’insicurezza che presumibilmente l’arrivo del gruppo di migranti rappresenterebbe, ma è legato piuttosto al deterioramento della struttura per mancanza di investimenti, alla riduzione delle linee di autobus che permettevano agli studenti di andare e tornare, e alla carenza di insegnanti dovuta ai bassi stipendi disponibili. Questa scena ritrae perfettamente il meccanismo del “capro espiatorio” di cui i partiti politici si servono per fomentare discorsi xenofobi, instillando l’idea che l’altro sia in realtà il problema. In questo modo cercano non solo di esonerarsi da qualsiasi responsabilità, ma anche di evitare che i cittadini si interroghino sul ruolo dei politici e i governi nella costruzione della grave insoddisfazione che molti condividono riguardo alle condizioni abitative, economiche, sanitarie e sociali.
A sostegno di questa lettura si possono citare analisi come la tesi universiatria di Athena Zingrillo, “L’impatto dei migranti sull’economia italiana: più costi o benefici?” (LUISS, 2019), la quale mostra come le difficoltà legate al declino industriale o alla crisi finanziaria vengano spesso attribuite erroneamente agli immigrati, mentre in realtà l’apertura ai nuovi arrivati si rivela vantaggiosa dal punto di vista economico. Dalla tesi emerge che tra immigrati e autoctoni non c’è alcuna reale concorrenza sul lavoro e sulle attività economiche, ma piuttosto una complementarietà strutturale, che rende l’immigrato un elemento indispensabile per l’economia nazionale quanto il cittadino autoctono. Un altro dato interessante è che gli immigrati non gravano sul sistema di welfare, contrariamente a quanto molti credono: secondo diversi studi dell’OCSE, i migranti tendono anzi a contribuire positivamente alle finanze pubbliche. D’altra parte, come sottolinea l’articolo di Eastwest “Migrazione: numeri, realtà e miti da sfatare” (2025), il ruolo della disinformazione nel formare l’opinione pubblica è centrale: come rileva la Commissione parlamentare Jo Cox, l’Italia ha il più alto tasso di disinformazione sull’immigrazione al mondo.
Infine, una terza riflessione riguarda il momento in cui Zero si avvicina a parlare con una donna del gruppo trasferito nel centro d’accoglienza di Rebibbia. Dopo otto episodi in cui l’intera trama ruota attorno al destino di questo gruppo, ci si rende conto che non c’è mai stato un vero dialogo con loro: un’assenza che diventa palpabile proprio in quella scena, la prima in cui una di loro parla direttamente con Zero. È soprattutto ciò che la donna gli dice a rafforzare questa consapevolezza: “Noi sappiamo come difenderci”. Una frase che rivela come i migranti non siano mai stati davvero protagonisti della propria lotta, pur essendo la storia costruita interamente intorno a loro. Questo ci permette di riflettere su un punto più ampio: anche quando ci si pone in un’ottica di sostegno, è importante non appropriarsi dei discorsi e delle lotte che non ci vedono al centro, ma aprire spazi che amplifichino le voci dei veri protagonisti — i migranti e rifugiati stessi.
Come sostiene il “Manuale per giornalisti: informare su migranti e rifugiati di fronte alle sfide della mobilità umana” dell’UNHCR — Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati — nel 2024, dove afferma che una delle principali “buone pratiche” è realizzare una copertura giornalistica fondata e che racconti storie centrate sulle persone, cercando appunto di umanizzare i numeri; ovvero, parlare delle persone rifugiate e migranti, ma anche dar loro voce. (Manuale per giornalisti: informare su persone rifugiate e migranti di fronte alle sfide della mobilità umana)




