Dai campi alle nostre case: le nuove frontiere del caporalato in Italia

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Illustrazione del lavoro nei campi, nella logistica e nelle consegne a domicilio in Italia.

Scritto da Eliana Raimondi

Casse di rossi pomodori sotto il sole cocente e braccia nere a raccoglierli per una miseria al chilo, furgoni stipati di uomini diretti verso dodici ore di lavoro nei campi e caporali privi di ogni scrupolo a controllarli.

Questa è l’immagine che ognuno di noi ha del caporalato: un residuo quasi feudale confinato nell’arretratezza del Sud, una piaga culturale lontana, nascosta, facile da ignorare perché ci tocca vagamente solo tra gli scaffali del reparto frutta e verdura.

Ebbene, negli ultimi anni il fenomeno dello sfruttamento lavorativo si è declinato in chiave moderna. Ha raggiunto i grandi hub industriali alle porte delle città, poi ha preso la metro, il furgone, la bici, fino a suonare ai citofoni delle nostre case.

Si è preso un posto d’onore dietro gli schermi dei telefoni, dove le app di delivery sono sempre pronte ad assecondare la nostra stanchezza, la pigrizia, la comodità del tutto e subito.

Il caporalato si è insinuato così velocemente nella quotidianità che non ce ne siamo accorti.

Si è adattato alle esigenze di un mercato capitalista iper-efficiente, alle voglie di una società talmente consumistica da non riuscire a scindere il bisogno dal capriccio.

Caporale e caporalizzato

Il caporalato è un sistema informale e illegale di intermediazione di manodopera nel quale il mediatore, il caporale, recluta forza lavoro per conto di terzi sottraendo una quota del compenso dei lavoratori.

In un’economia basata sulla massimizzazione dei profitti e sull’abbattimento dei costi, il caporalato è uno strumento efficacissimo: consente di disporre di manodopera senza le scocciature delle normative sul lavoro, approfittando di individui economicamente e socialmente svantaggiati.

A farne le spese sono perlopiù gli immigrati extracomunitari. Scarsa conoscenza della lingua e dei propri diritti, impossibilità di vedersi riconosciuti i titoli e le competenze acquisiti nei paesi di origine, diseguale accesso ai servizi, mancanza di documenti o necessità di un permesso di soggiorno, spesso vincolato a un contratto di lavoro regolare, li rendono il bersaglio perfetto: individui facilmente ricattabili e costretti ad accettare condizioni di sfruttamento e vessazioni pur di non veder fallito il proprio progetto migratorio.

Complice la smobilitazione dei diritti del lavoratore avvenuta negli ultimi anni, accanto al tradizionale lavoro nero prolifera una sua versione ripulita, il lavoro grigio, che prevede formalmente un contratto legale, mancando tuttavia di tutele e garanzie per chi lavora.

Il risultato è che le paghe si dimezzano rispetto al pattuito, gli orari di lavoro raddoppiano e di malattia neanche a parlarne.

Da Sud a Nord: il fenomeno cambia forma

Se fino a un paio di decenni fa il fenomeno si riscontrava prevalentemente in agricoltura e nelle aree del Mezzogiorno, oggi si estende su tutto il territorio nazionale e inquina tutti i settori economici e produttivi: dall’edilizia all’assistenza, dalla logistica ai call center, fino alla cantieristica navale e ai servizi a domicilio.

Nel Sud Italia tutto cambia affinché tutto resti uguale. Nonostante continui a detenere il primato per lo sfruttamento lavorativo in agricoltura con quasi il 60% dei casi, si assiste a un arricchimento delle mansioni del caporale che si fa gestore non più solo del reclutamento di braccianti ma anche del loro trasporto e alloggio, dando vita a ghetti e baraccopoli lontani dalle città, dalle istituzioni e da ogni possibilità di protezione per gli immigrati.

Il centro del paese si specializza nello sfruttamento manifatturiero con oltre il 40% delle inchieste nel settore, soprattutto nelle industrie tessili e del pellame. Triste capofila di questo modello è il distretto toscano di Prato: numerose indagini hanno messo in luce le condizioni lavorative nelle fabbriche tessili a conduzione cinese, dove lavoratori pakistani e cinesi sono sottoposti a turni massacranti per salari miseri.

Nel Nord Italia la fa da padrone il settore terziario: qui il sistema del caporalato si è infiltrato nella logistica e nei trasporti tramite contratti di appalto e subappalto.

Le grandi catene commerciali affidano la logistica ad aziende che a loro volta subappaltano il lavoro a cooperative spurie: società usa e getta, spesso intestate a prestanome, che nascono per fornire manodopera a costi stracciati eludendo le norme sul lavoro e vengono fatte fallire prima di essere colpite dai controlli.

I contratti di subappalto frammentano la catena di produzione, rendendo difficile la ricostruzione della filiera dello sfruttamento e lasciando pulite e intoccabili le aziende appaltanti.

Nonostante ciò, nel 2020 con il caso Uber Eats Italy la Procura di Milano avvia un filone di indagini destinato a coinvolgere importanti aziende della logistica e del food delivery.

Nel 2022, il colosso dei trasporti Bartolini viene indagato e condannato per somministrazione illecita di manodopera, smascherando un sistema basato su turni estenuanti, ritmi iper-efficientati e pagamenti a cottimo.

Il caporalato digitale: gli algoritmi del controllo nella gig economy

Dall’avvento degli smartphone e della cultura del delivery, il volto dello sfruttamento lavorativo si fa tanto più sfumato quanto più subdolo.

La chiamano gig economy e ce l’hanno venduta come il trionfo della flessibilità: tu, la tua bici e la libertà di lavorare quando e dove vuoi.

Nata con la promessa di lavoretti occasionali, si è trasformata in un ingranaggio capace di fagocitare il tempo e la dignità di chiunque finisca stritolato nel meccanismo.

E mentre le app e gli stomaci si aprono, per i più il sogno del capitalismo contemporaneo continua a sembrare una bella favola.

Comodo e veloce, permette a me di avere la cena calda sul divano, a te di arrotondare lo stipendio nel tempo libero.

Per altri, invece, il cielo di carta si strappa, alle volte si fradicia sotto la pioggia di Milano.

I sistemi digitali facilitano alle aziende l’accesso a un pozzo di manodopera pressoché infinito, permettono di evitarne l’assunzione diretta e abbattono enormemente i costi, scaricando il rischio d’impresa sui lavoratori.

Chi lavora nel food delivery è sottoposto a un tasso di competitività altissimo: “vince” la corsa chi è sempre disponibile, sempre collegato, più vicino, più veloce.

A patto che vincere significhi essere pagati tre euro per una consegna, indipendentemente da quanto si sia lontani, da che ora della notte sia e da quanto le strade siano trafficate, allagate, pericolose.

A chi perde la corsa contro il tempo non va certo meglio: la sorveglianza continua dell’algoritmo valuta ogni secondo della performance, disciplina il rider con la minaccia di ritorsioni sui compensi e ne disattiva il profilo appena cala il rendimento.

Perfettamente operoso, l’algoritmo non ammette distrazioni né umane fragilità: organizza turni insostenibili per completare più consegne possibile, spingendo i rider a infrangere il codice della strada e a rischiare la vita a ogni incrocio per due spicci.

Per due spicci, perché mentre la legge imporrebbe una paga oraria minima slegata dal numero di consegne, le inchieste della Procura di Milano hanno dimostrato che le retribuzioni reali scendono fino all’81% sotto i contratti collettivi nazionali, cancellando ogni diritto in favore del pagamento a cottimo.

Eppure, anche all’inferno c’è sempre un girone più in basso.

Per farsi tracciare e spremere dall’applicazione, i rider hanno bisogno di documenti in regola, un codice fiscale, un conto corrente, requisiti che migliaia di immigrati e richiedenti asilo non hanno.

È qui che il caporalato si sublima nella sua forma più grottesca, più perversa: il mercato nero degli account, dove nascono e muoiono i ghost rider, fantasmi metropolitani costretti a subaffittare i profili da titolari regolari, un’estorsione tra disperati in cui il prezzo per pedalare oscilla tra il 20% e il 40% del già misero compenso giornaliero.

Mentre le multinazionali continuano a infarcire la propria retorica di sostenibilità sociale, inclusione e altre mirabolanti fantasie, il cerchio si chiude esattamente dove è iniziato.

Dietro allo spioncino delle nostre case, al caldo del nostro salotto, quando ritiriamo il sacchetto fumante ignorando chi c’è dall’altra parte: un corpo stanco e consumato che risale subito in sella per correre verso la prossima notifica.

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