Kafala: la schiavitù moderna nei paesi del Golfo
Immagina che il tuo datore di lavoro non decida solo le tue mansioni, ma anche se puoi uscire di casa, con chi puoi parlare e se hai diritto a lasciare il paese. Benvenuto nel sistema della Kafala, motore economico e lato oscuro dei paesi del Golfo.
Serve a gestire e sfruttare il lavoro dei migranti, provenienti in gran parte da Africa orientale, Filippine e subcontinente indiano, garantendo manodopera a bassissimo costo. La sua classificazione come forma di schiavitù moderna deriva dall’enorme disparità di potere nel rapporto di lavoro, in cui il padrone garantisce al migrante l’ingresso, il visto e l’impiego. La residenza legale del migrante nel paese è legata esclusivamente alla continuazione di tale rapporto, mettendolo in una posizione di totale sudditanza al volere dello sponsor, il kafeel.
Si crea così un legame di dipendenza che la legge non solo avalla ma supporta. Anche quando regolato dai codici del lavoro ordinari, il lavoro migrante è subordinato ai regolamenti sull’immigrazione, il che fa sì che per paura di ritorsioni da parte del padrone la legislazione ordinaria sia essenzialmente carta straccia. I lavoratori sono quindi esclusi anche dalle tutele di base, come il salario minimo e il limite di 8 ore lavorative al giorno. In Bahrein, ad esempio, queste possono essere estese fino a 12 e al lavoratore può essere richiesto di rinunciare al giorno di riposo settimanale, a patto che vi sia equa retribuzione. Anche questi pochi limiti stabiliti dalle leggi dei vari paesi, molto simili tra loro, vengono comunque scarsamente applicati, abbandonando i migranti in balia del datore di lavoro e condannandoli allo sfruttamento. A trovarsi in una posizione di ulteriore svantaggio sono le lavoratrici domestiche: nei paesi del Golfo così come in Libano, queste donne sono segregate al di fuori di qualsiasi forma di tutela, trovandosi in una zona di vuoto legislativo dove il kafeel comanda arbitrariamente.
Testimonianze raccolte da Amnesty International denunciano giornate lavorative fino a 18-19 ore consecutive, la sistematica negazione del riposo settimanale e il mancato pagamento degli straordinari. I migranti vengono sottoposti a condizioni abitative inadeguate, a violenze verbali e fisiche e viene loro negato l’accesso alle cure mediche. Nel caso delle lavoratrici domestiche la situazione è ulteriormente aggravata: spesso viene loro impedito ogni tipo di comunicazione con l’esterno e con le famiglie di origine, subiscono violenze sessuali da parte dello sponsor e sono costrette al lavoro forzato presso altre case. Frequentemente parte del salario del migrante viene trattenuta per ripagare i costi di reclutamento, la cosiddetta servitù per debiti, nonostante in Kuwait, Arabia Saudita, Oman e Qatar sia espressamente vietata dalla legge. I lavoratori non hanno possibilità di fuga poiché per cambiare impiego o residenza è necessario il lasciapassare del kafeel, senza il quale il migrante diventa irregolare sul territorio nazionale e dunque soggetto ad arresto ed espulsione. Inoltre, come rilevato in uno studio dell’International Labour Organization condotto in Libano, quasi il 95% degli sponsor persiste nella consuetudine di confiscare il passaporto ai lavoratori, nonostante ciò sia legalmente vietato tanto in Libano quanto nei paesi sopracitati. I migranti sono dunque ostaggi, anche legali, del datore di lavoro. Nonostante le riforme formali annunciate negli ultimi anni dai governi di Qatar e Arabia Saudita, nella prassi il sistema della Kafala resta intatto. Ed è così che i ruoli si invertono: chi dovrebbe essere protetto diventa oppresso e perfino perseguibile penalmente. Quando l’essere umano diventa solo un mezzo e non più il fine, dovremmo chiederci quale sia il costo del progresso economico. Dietro il lusso dei grattacieli e la grandezza di metropoli sorte nel deserto, si cela un’impalcatura fatta di vite requisite e dignità calpestate. Il miracolo economico dei paesi del Golfo non è il trionfo dell’ingegno umano, è uno scintillante monumento eretto sul lavoro forzato di migliaia di invisibili.
Articolo scritto da Eliana Raimondi




