La guerra in Sudan non è lontana. È una storia che si ripete sui corpi delle donne – in Italiano 🇮🇹

Scritto da Chiara Zannetti.

C’è una frase che ritorna spesso nei racconti delle donne sudanesi: “Non è la prima volta.”
Non è la prima guerra. Non è la prima violenza. Non è la prima volta che i loro corpi diventano un messaggio.

Quando nell’aprile 2023 il Sudan è tornato sulle prime pagine dei giornali, molti hanno parlato di una nuova guerra. Ma per chi vive lì, soprattutto per le donne, quella parola “ nuova “ suona falsa. Quello che sta accadendo oggi è l’ennesimo capitolo di una violenza che affonda le radici almeno vent’anni fa, quando nel Darfur le milizie Janjaweed cominciarono a usare lo stupro come strumento di annientamento.

Allora come oggi, il messaggio era chiaro: colpire le donne per distruggere le comunità.

I Janjaweed non stupravano solo per umiliare. Stupravano per cancellare. Per impedire la riproduzione di alcune etnie, per spezzare la continuità di un popolo. Le donne Masalit, Fur, Zaghawa raccontavano di violenze accompagnate da insulti razzisti, di aggressioni pubbliche, di mutilazioni inflitte durante o dopo lo stupro. Veniva colpito il corpo femminile come luogo simbolico della vita futura.

Quelle milizie non sono mai davvero scomparse. Hanno cambiato nome, uniforme, alleanze. Oggi si chiamano Rapid Support Forces. E la logica è rimasta la stessa.

Le Nazioni Unite lo dicono senza giri di parole: la violenza sessuale in Sudan è sistematica, organizzata, usata come arma di guerra. Non è caos, non è incidentalità. È strategia. Stupri di gruppo, schiavitù sessuale, rapimenti di donne e ragazze trattenute per mesi, violenze su bambine e bambini, aggressioni accompagnate da minacce etniche. In Darfur, molte donne raccontano che gli aggressori dichiarano apertamente di volerle rendere sterili o “contaminarle”.

Il corpo diventa territorio. La maternità diventa bersaglio.

I numeri aiutano a capire, ma non bastano mai. L’ONU ha documentato centinaia di casi di stupro solo nei primi mesi del conflitto, sapendo che rappresentano una minima parte della realtà. Medici Senza Frontiere parla di centinaia di sopravvissute assistite, molte delle quali arrivate troppo tardi per ricevere cure immediate. Alcune sono bambine molto piccole. Altre non parlano affatto. Altre ancora raccontano tutto in un fiato, come se temessero che il silenzio le inghiottisse di nuovo.

UNICEF conferma qualcosa che fatichiamo persino a leggere: bambini violentati, neonati inclusi. Anche maschi. È una realtà che rompe gli stereotipi e rende ancora più difficile denunciare, in una società già segnata da stigma e paura.

E poi c’è ciò che spesso non si dice: questa non è  una guerra “interna”. Non è una guerra “civile”. Il Sudan è attraversato da interessi che arrivano da lontano. L’oro, soprattutto, è diventato il carburante del conflitto. Miniere controllate da gruppi armati, traffici che attraversano confini, profitti che finiscono all’estero mentre la popolazione sprofonda nella fame. Attori regionali e potenze globali alimentano, direttamente o indirettamente, un’economia di guerra che rende la pace poco conveniente.

Chiamarla semplicemente guerra civile è comodo. Toglie responsabilità. La rende lontana.

Nel frattempo, le donne pagano il prezzo più alto. Molte non denunciano. Non perché la violenza sia “accettata culturalmente”, come qualcuno suggerisce con superficialità, ma perché denunciare significa rischiare la vita, l’esclusione, la prigione. In un Paese dove il sistema sanitario è collassato e la giustizia è assente, il silenzio diventa una forma di sopravvivenza.

Amnesty International parla di un sistema fondato sull’impunità. Nessuno paga. Le vittime sì. Con il corpo, con la mente, con il futuro.

E mentre il mondo discute se il Sudan sia una crisi dimenticata o semplicemente complessa, le stesse violenze continuano a ripetersi. Stessi gesti. Stesse parole. Stessa logica. Come se la storia non avesse insegnato nulla.

Un’attivista sudanese ha detto agli investigatori dell’ONU che quando questa guerra finirà, il mondo scoprirà che ciò che conosciamo oggi è solo una parte. Forse la più raccontabile. Il resto è sepolto nel silenzio, nella vergogna imposta, nei corpi che non hanno avuto voce.

Il Sudan non è una guerra lontana. È una storia che si ripete. E finché continueremo a raccontarla male — come improvvisa, tribale, inevitabile — continuerà a ripetersi anche sul corpo delle donne.

Articoli Correlati

La Migrazione nel Cinema

Scritto da Ana Candelaria Rettaroli Credo che con questa sezione del blog si voglia introdurre un linguaggio diverso con cui raccontare la migrazione. Perché la

Read More »