Perché non esiste (ancora) lo status di migrante climatico

Scritto da Rebecca di Matteo

Il diritto internazionale sembra muoversi con lentezza davanti alle crisi che il clima accelera. Ogni anno, milioni di persone sono costrette a lasciare le proprie case per siccità, innalzamento del mare, desertificazione o disastri ambientali. Eppure, nel linguaggio del diritto, il termine “migrante climatico” non esiste: nessuna convenzione internazionale, nessuna legislazione nazionale riconosce oggi uno status giuridico autonomo per chi fugge da condizioni ambientali ormai invivibili. Come sottolinea la curatrice del report “Le Rotte del Clima” del programma Migrazioni Climatiche di A Sud, la cultura giuridica internazionale è ancora intrappolata in categorie novecentesche, vengono usati termini come guerra, persecuzione, frontiera, incapaci di interpretare la nuova geografia del rischio climatico.

L’assenza di uno status riconosciuto è il sintomo di un diritto internazionale che si muove più lentamente dei mutamenti ambientali e sociali che dovrebbe regolare, delle necessità che già tutt’ora esistono. Il cambiamento climatico esiste, è una realtà. La logica giuridica, in mancanza di norme chiare, tende a dare risposte parziali e temporanee a dei problemi che in realtà sono strutturali: protezioni umanitarie limitate, permessi precari, riconoscimenti caso per caso. Non si tratta di una soluzione univoca che affronti la problematica in maniera sistematica. Non viene canonicamente riconosciuta, in ambito legale, la problematica legata al cambiamento climatico.

La tematica non viene affrontata nella sua intera complessità. Non vengono offerte soluzioni sistematiche, ai migranti climatici. Lo status di migrante climatico non esiste perchè l’emergenza climatica non viene compresa nella sua natura sistemica. Un punto di svolta, almeno simbolico, è arrivato nel 2019, con la decisione del Comitato ONU per i Diritti Umani nel caso Teitiota vs. Nuova Zelanda. L’uomo, originario di Kiribati, aveva chiesto asilo sostenendo che l’innalzamento del mare e la scarsità d’acqua minacciassero la sua vita e quella della sua famiglia. La Nuova Zelanda aveva respinto la domanda, ma il Comitato ONU ha riconosciuto un principio fondamentale: gli Stati non possono rimandare persone in luoghi dove i cambiamenti climatici mettono a rischio il diritto alla vita. Non si tratta ancora di un riconoscimento formale dello status di “rifugiato climatico”, ma di un passo giurisprudenziale decisivo. Che si spera, in qualche modo, possa auspicare ad un timido cambiamento. Per la prima volta, un organismo internazionale ha collegato l’emergenza ambientale al diritto alla vita, aprendo la strada a un’interpretazione più ampia delle protezioni esistenti.

Come evidenziano diversi giuristi, con la sentenza del Comitato ONU “la giurisprudenza inizia lentamente ad avere un approccio diverso”. Laddove non esistono ancora riferimenti chiari, serve tempo per adattare il diritto a fenomeni complessi, ma questa decisione spinge a ripensare le categorie giuridiche tradizionali. La società civile, dal canto suo, è già avanti. E ad oggi esistono sicuramente, senza ombra di dubbio, persone che migrano a causa dei repentini cambiamenti climatici. Troppo spesso, chi fugge da catastrofi ambientali riceve protezioni minori, quando invece, con una lettura più approfondita delle situazioni, si potrebbero riconoscere status più ampi, persino quello di rifugiato, nei casi in cui il diritto alla vita è già fortemente compromesso. L’acqua che scompare, il suolo che brucia, il mare che invade non sono eventi temporanei, ma condizioni strutturali che rendono alcuni territori fisicamente e umanamente insostenibili.

Il mancato riconoscimento dello status di migrante climatico non è solo una questione tecnica: è una scelta politica. Creare una nuova categoria significherebbe ammettere la responsabilità dei Paesi industrializzati nella crisi climatica e nei processi di spostamento che essa genera. Significherebbe ridefinire il sistema di asilo e ampliare l’obbligo di protezione. Per questo, molti Stati preferiscono ignorare la questione, relegandola ai margini del dibattito giuridico. Il risultato è un paradosso: il clima è oggi una delle principali cause di migrazione, ma resta invisibile nei testi di legge. Cade nell’oblio. Le persone costrette a partire non sono riconosciute come vittime di un’ingiustizia globale, ma trattate come migranti economici, senza diritto a protezione.

Riconoscere lo status di migrante climatico non significherebbe creare una nuova etichetta burocratica, ma riconoscere una realtà già in atto. La cultura giuridica sta lentamente cambiando, lo dimostrano le prime sentenze, i rapporti ONU e le iniziative della società civile, ma serve un salto politico e normativo, un netto passo in avanti. Come ricordano i ricercatori di A Sud, non si tratta più di dare risposte temporanee a fenomeni improvvisi, ma di dare risposte strutturali a situazioni ormai invivibili, dove il diritto alla vita, alla salute e alla dignità sono già compromessi. Il futuro del diritto di asilo, e più in generale della giustizia climatica, dipende dalla capacità di riconoscere che la protezione dell’ambiente e quella delle persone sono la stessa cosa.
E che dietro ogni “migrante climatico” c’è una storia di perdita, ma anche un diritto che attende ancora di essere scritto.

Fonti:

• Comitato ONU per i Diritti Umani, Ioane Teitiota v. New Zealand, CCPR/C/127/D/2728/2016 (decisione del 24 ottobre 2019).

• UNHCR (2020), Legal considerations regarding claims for international protection made in the context of the adverse effects of climate change and disasters.

• IOM – International Organization for Migration, World Migration Report 2024, cap. 9 “Migration, Environment and Climate Change”.

• A Sud, Le Rotte del Clima. Report del programma Migrazioni Climatiche, 2023.

• Rome for Climate Justice, Migrare nei cambiamenti climatici, Communia – Roma, 6 novembre 2025.

Articoli Correlati

La Migrazione nel Cinema

Scritto da Ana Candelaria Rettaroli Credo che con questa sezione del blog si voglia introdurre un linguaggio diverso con cui raccontare la migrazione. Perché la

Read More »