Scritto da Ana Candelaria Rettaroli
Credo che con questa sezione del blog si voglia introdurre un linguaggio diverso con cui raccontare la migrazione. Perché la migrazione, come fenomeno, è una realtà complessa che riguarda milioni di persone, ed è proprio in questa complessità che il cinema, come arte, cerca di dare un senso.
Questa volta ho deciso di proporre alcuni film “rinomati” che, allo stesso tempo, raccontano esperienze migratorie molto diverse tra loro.
Io Capitano: il viaggio di Ulisse nella modernità
Il film di Matteo Garrone racconta nel dettaglio l’esperienza di Seydou -interpretato da Seydou Sarr-, un giovane senegalese che decide di intraprendere il viaggio per emigrare in Europa insieme a suo cugino. Questo viaggio sembrerebbe una moderna versione del viaggio di Ulisse, in cui il protagonista dovrà attraversare diversi pericoli, sfide e situazioni per poter arrivare a destinazione. Nel percorso si scoprirà cosa significhi davvero migrare e come la vita stessa inizi a diventare così fragile ed effimera, mostrando la crudeltà del cammino di tutti quelli che, come il protagonista, scelgono di inseguire il sogno di un “futuro migliore”.
Appena uscito nel 2024, il film ha suscitato grande sensazione, ricevendo un’ottima accoglienza sia a livello nazionale che internazionale. Nello stesso anno è stato premiato con il Leone d’Argento per la regia ed è stato inoltre candidato agli Oscar nella categoria Miglior Film Internazionale.
Molto si potrebbe dire su questo film: potremmo parlare della crudezza della realtà che mostra, portandoci attraverso l’impossibile traversata del deserto, la violenza dei trafficanti e le terribili torture subite da numerosi migranti a Tripoli, lasciandoci spesso con il cuore accartocciato e senza fiato. Ma allo stesso tempo il film possiede un linguaggio cinematografico estremamente artistico, che ricorda in qualche modo le opere di El Greco o Caravaggio, nel modo in cui il regista riesce a trovare arte nell’orrore e nella brutalità, permettendoci di accogliere una storia così reale attraverso la nostra sensibilità.
Questo film secondo me — e secondo tante altre persone — non solo è importante ma necessario. Lo consiglio per comprendere, in qualche modo, la storia dell’“altro”: del migrante che i governi europei e la stampa non smettono di etichettare. Per capire quel migrante di cui molti governi si rifiutano persino di interessarsi o di aiutare. Quel migrante che comunque è arrivato, perché dopo il film possiamo capire che molti non ce l’hanno fatta.
Minari: perseguire il sogno americano
Il film diretto da Lee Isaac Chung (2020) narra l’esperienza della famiglia Yi quando decide di emigrare dalla Corea del Sud negli Stati Uniti negli anni ’80. Anche questo film ha ricevuto un forte riconoscimento internazionale, vincendo il Golden Globe come Miglior Film Straniero e ottenendo sei nomination agli Oscar.
A differenza del film precedente, Minari racconta un altro tipo di esperienza migratoria, legata a ciò che veniva considerato inseguire il “sogno americano”. In questa storia abbiamo alla famiglia Yi, composta dai genitori, due bambini e la nonna, che si trasferiscono dalla Corea in Arkansas in questa casa a ruote in mezzo alla campagna, dove il padre -interpretato da Steven Yeun- decide di provare a coltivare prodotti coreani.
In questo film, l’integrazione e lo scontro culturale ricoprono un ruolo centrale. Attraverso dialoghi e scene tanto tenere quanto strazianti, Minari mostra cosa significhi lasciare la propria cultura, dover accettare e adattarsi a un’altra lingua, a una nuova comunità, tradizioni e dinamiche sociali. Non è un caso che il regista abbia posto al centro della trama la relazione tra la nonna -interpretata da Yoon Yeo-jeong, che ha vinto l’Oscar come Miglior Attrice non Protagonista per questo ruolo- e il nipote, interpretato da Alan Kim.
Nelle conversazioni tra questi due personaggi e nei loro momenti insieme emerge la tensione tra il desiderio di adattarsi alla nuova “casa” e la contraddizione di non dimenticare quei valori e tradizioni che condividiamo in famiglia. Soprattutto avendo come riferimento il ruolo del nipote che, come bambino, deve comprendere queste due realtà diverse che lo circondano: quella sociale, che vive ad esempio a scuola; e quella familiare, che vive a casa. Vedremo come il personaggio osserva, mette in discussione, accetta e rifiuta diverse cose cercando di capire cosa significhi essere parte di due mondi e culture differenti allo stesso tempo.
Il film di A24 è una poesia che approfondisce l’esperienza di ogni personaggio nella migrazione: la contraddizione, la sfida, l’incertezza e le paure costanti con cui molte famiglie migranti devono confrontarsi. Con un finale intenso ma al tempo stesso soddisfacente, ci fa capire che, anche una volta “stabiliti”, il percorso migratorio è lungo, che spesso dura anche tutta una vita. È un cammino di apprendimento, cambiamento, resilienza e sacrificio, in cui si impara a trovare l’equilibrio tra conservare e lasciare andare parti di sé.
Conclusione:
La migrazione è un fenomeno che è sempre esistito e che è sempre stato multisfaccettato, comprendendo esperienze molto diverse tra loro. Prossimamente continueremo a consigliare film, libri e podcast che permettano a voi, sia come individui sia come spettatori, di avvicinarsi a una realtà che a volte ci sembra lontana, sperando che queste raccomandazioni non solo informino, ma sensibilizzino e aiutino a comprendere quel fenomeno che spesso ci “passa accanto”.





