Scritto da Rebecca di Matteo
“Il razzismo diventa allora la condizione che consente l’accettabilità della messa a morte di una parte della società”.
(M. Foucault, Bisogna difedere la società, 1976)
Perché l’arrivo di migranti e rifugiati viene così spesso raccontato come un pericolo per la sicurezza nazionale? Perché un fenomeno che riguarda persone e diritti fondamentali viene trasformato in un’emergenza da gestire militarmente e con l’uso della forza? La risposta risiede nell’approccio securitario, che negli ultimi anni ha segnato in profondità il modo in cui le società europee e i loro governi trattano la questione migratoria.
Nell’ambito delle scienze sociali si sviluppa la teoria della securitizzazione, che mostra come la politica di sicurezza nazionale non sia qualcosa di naturale od oggettivo, ma piuttosto il risultato di scelte e costruzioni politiche attentamente pianificate. Non esistono, quindi, minacce “oggettive” che si impongono da sole ed a priori: sono i politici, i governi e i policymaker a definire cosa debba essere percepito come un problema di sicurezza.
In pratica, un tema diventa una questione di sicurezza quando un attore politico o istituzionale lo presenta come una minaccia grave per la collettività. È quindi il modo in cui un problema viene descritto, narrato e portato all’attenzione pubblica che lo trasforma in priorità nazionale da affrontare con urgenza.
Il concetto di “securitizzazione” è stato sviluppato dalla Scuola di Copenaghen per analizzare il processo attraverso il quale attori potenti, come i governi, identificano un determinato fenomeno come una minaccia esistenziale e legittimano l’uso di misure straordinarie per combatterlo. Tale concetto mette in discussione la comprensione tradizionale della sicurezza come qualcosa di oggettivamente dato, evidenziando come specifiche questioni vengano costruite ad hoc nell’immaginario pubblico, come delle questioni di sicurezza estrema, di vitale importanza.
Determinate situazioni politiche vengono quindi definite in maniera arbitraria come “pericolose”, “minacciose” “allarmanti”. Un tema politico può facilmente diventare un problema di sicurezza urgente e nazionale; In questo modo, il tema viene spostato “fuori dalla normale politica” e trattato come una priorità assoluta. Un esempio evidente è l’immigrazione: quando viene presentata come una “minaccia alla sicurezza nazionale”, smette di essere trattata come questione sociale o amministrativa e diventa un problema urgente che giustifica misure drastiche, come il rafforzamento delle frontiere.
In questo lento processo, il ruolo dei media è fondamentale: media in grado di veicolare un messaggio piuttosto che un altro, di amplificare il suono delle scelte politiche e delle notizie che devono essere viste e sentite. Si seleziona, si diffonde un messaggio che verrà udito a livello nazionale.
Il concetto di notiziabilità si interseca perfettamente con questo approccio: i media tendono ad individuare un colpevole, un nemico comune e quindi creano un capro espiatorio. Quando il tema in questione è quello della migrazione e del migrante, tale meccanismo favorisce la rappresentazione delle persone migranti come una minaccia, un problema di sicurezza nazionale, una narrativa che non può non essere ascoltata da media nazionali. Seguendo tale canone, occorre trovare un colpevole, un nemico comune da utilizzare come target.
I media contribuiscono a distorcere l’interpretazione del fenomeno, diffondendo luoghi comuni e colpevolizzando.
Nel discorso politico di esponenti come Salvini, Trump, Bolsonaro viene accentuata una retorica del “noi vs loro” che crea i presupposti per la “deumanizzazione”. Ritenere che gli altri appartengano a un’alterità diversa dalla nostra e subalterna fa consolidare razzismo e xenofobia. Ricorrere a determinati tipi di retorica accentua una distanza simbolica tra gruppo maggioritario e minoranze. Questo tipo di narrazione non si ferma a sottolineare le differenze che esistono, ma porta poi a rappresentare gli altri come qualcosa di altero, diverso, subalterno.
In questo quadro si inserisce la teoria dell’infraumanizzazione elaborata dallo psicologo sociale Jacques Philippe Leyense, in cui viene spiegato il sottile meccanismo che esiste tra pregiudizio e disuguaglianza tra gruppi: seconda questa teoria, esiste un processo tramite cui le persone sono maggiormente inclini a percepire gli appartenenti a gruppi diversi dal proprio come meno umani. La paura del diverso, visto come una minaccia, si inserisce perfettamente nelle politiche legate al populismo.
L’odio viene alimentato e, in riferimento a problematiche afferenti alla struttura della società, vengono individuati come responsabili determinati gruppi sociali. Le diversità e la divisione sociale ne risultano accentuate. Il messaggio che risiede in questa logica è quello di creare una maggiore polarizzazione, una netta scissione tra in-group e out-group. Questo è ciò in cui si può incorrere, ad esempio, nel momento in cui la retorica del diverso, dello straniero, prende il sopravvento: quando i migranti vengono visti come il capro espiatorio dei mali della società.
Fonti:
Cfr. C. Volpato, Deumanizzazione, Laterza, Roma-Bari, 2011, p. 69.
61 Cfr. R. Gaunt, J.-Ph. Leyens, S. Demoulin, Infra-humanization: the wall group differences, inC. Volpato, Deumanizzazione, cit., p. 69.





